domenica 24 giugno 2012

Letto e commentato: Un altro mare, di Claudio Magris

Titolo: Un altro mare
Autore: Claudio Magris
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 1991
Dove e quando: Gorizia, Patagonia, anni 1909-1959

L'Incipit
La virtù porta onore*. Veramente, a essere esatti secondo le buone regole della filologia, Tugend bringt Ehre. Infatti il professore Nussbaumer, capoclasse, voleva la traduzione in tedesco ed era naturale, in quelle aule opache del vecchio Staatsgymnasium imperialregio di Gorizia, fra i banchi regolari e uguali come i fogli del calendario sul muro, che sparivano ogni giorno con un lieve fruscio sotto la mano del bidello, e le pareti grigie, di un grigio che non si sapeva se era un colore oppure lo stingersi di qualche colore perduto.

Cosa ne penso
Questo di Magris si è rivelato un insospettabile manuale di minimalismo, non solo nello stile, ma anche concettualmente. Di Un altro mare tratterrò sicuramente alcune perle di saggezza, ma non posso dire che il racconto in sé  e per sé mi ha abbia conquistata.

Della trama c'è poco da dire: il protagonista Enrico Mreule abbandona Gorizia per raggiungere la Patagonia e fare il gaucho, lasciandosi alle spalle l'impero asburgico e il suo decadimento alle soglie della Prima Guerra Mondiale. Di lui si potrebbe dire che è un pioniere del downshifting, deciso a liberarsi di tutti quei fardelli che la società, le responsabilità e le amicizie troppo ingombranti (su tutti il poeta e filosofo goriziano Carlo Michelstaedter, morto suicida il 17 ottobre 1910) gli hanno imposto. Anche una volta rientrato a Gorizia (per l'esattezza va a vivere a Salvore, oggi Croazia) non si lascerà travolgere dagli eventi (la guerra, i campi di sterminio, Tito e il comunismo) e continuerà a condurre una vita di solitudine e lavoro, rifiutando agi e comodità che l'era moderna comincia ad offrire. Rico, il professore, come viene chiamato, vive ai margini della società, in una casa fronte mare senza riscaldamento e corrente, incurante del tempo che passa e della vita che si trascina giorno dopo giorno, aspirando ad un ideale troppo elevato che sa di non poter raggiungere, fino al giorno della sua morte. Sua unica gioia, il mare e i classici che rilegge in continuazione al lume di una lanterna. Perfino quando viene imprigionato e torturato la cosa sembra lasciarlo indifferente, unicamente infastidito dal fatto di aver vissuto in promiscuità con altri prigionieri. La sua vita si dipana e si conclude così, tra un'uscita in barca e una lettura, senza grossi accadimenti, mentre il mondo intorno a sé si sta sgretolando.

Di Magris non avevo mai letto nulla prima d'ora e pur avendone apprezzato lo stile dalla prima all'ultima parola (come dicevo, Un altro mare è un capolavoro di minimalismo narrativo e non solo), questo romanzo non mi ha del tutto appagata: ogni riga trasuda tristezza e grigiore e vuoto come l'esistenza del suo protagonista; la storia è di quelle che lasciano l'amaro in bocca e che si vorrebbero dimenticare non appena voltata l'ultima pagina, se non fosse per quelle frasi cesellate ad arte che entrano in testa indelebilmente. Ho trovato meravigliose le descrizioni del mare e dell'oceano, raccontati come solo uno che ha respirato salsedine fin dalla tenera età potrebbe, per contro sono rimasta sconcertata dalla misantropia e misoginia del protagonista. Su anobii 5 stelle. Ora conto di recuperare Microcosmi.

Perle di saggezza
La terra sopporta materna l'aratro che la squarcia, ma il mare è un grande riso inattingibile, niente vi lascia segno; le braccia che nuotano non lo stringono, lo allontanano e lo perdono, lui non si dà.


Con l'italiano è diverso, quella per lui non è la lingua per dire le cose, per fissarle rimanendo storditi dalla loro luce o dal loro vuoto, bensì la lingua della dilazione e dell''accomodamento con l'insostenibile, buona per divagare e confondere un po' il destino a furia di chiacchiere. La lingua della vita, insomma, e dunque conciliante e insolvente come lei.


Voleva scrivere del suo viaggio, del bene e del male di partire, di quel pericoloso e indegno amore di sé che c'è nella nostalgia e nel desiderio di ritorno e che rende schiavi, come ogni amore di sé stessi. Questo viaggio non sarà una fuga, partire un po' morire, ma vivere, essere, stare fermi. saranno le paure, le ambizioni, le mete a fuggire e a svanire.


Pretendere di vivere, dice Ibsen, è da megalomani.


Diminuire, ridursi, la società, come il giardinaggio, è arte di potare.


Va bene così, niente rimpianti, ogni volere distrugge il vero essere e bisogna liberarsi dalla vana fede dell'io.


Lui è bravo a ridurre le cose, non ad accrescerle; perché pretendono da lui quello per cui non è tagliato.


La corda che ci lega ci trascina.


Gli uomini non sono tristi perché muoiono, ha detto Carlo, ma muoiono perché sono tristi.


Ognuno muore prima di dissipare qualche menzogna.


Talvolta la vita incalzante si dimostra generosa, viene a prendere congedo anziché a mettere le mani addosso.


Non si ama una donna o un uomo, ma uno sguardo, il mare che c'è dentro, un sorriso al di qua del sesso.


La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere pienamente l'istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell'attesa che passi più presto possibile.


Un vero libro lo può scrivere solo un grande, cioè un altro.


E' il volere, il desiderio che consuma l'essere.


Anche il mare è troppo, perché gli rilancia la grande promessa di felicità e la grande ricerca di significato, che -come ogni ricerca- soffoca la felicità. Meglio la terrà, torpida sotto il piede.


Succede spesso che le donne, sotto sotto, ci tengano di più. Per loro l'amore dev'essere come l'acqua per i pesci, se gliela togli gli manca il respiro e sbattono di qua e di là. Ti fanno certo anche dei brutti tiri e non c'è da fidarsi, resta però il fatto che hanno bisogno di stare in quel mare, mentre agli uomini piace fare qualche nuotata, anche spesso, ma poi escono e si scrollano l'acqua di dosso.

Ma meglio così, siamo in troppi; la gente pensa solo a far figli e il duce anche li premia, così la natura si ribella e spinge gli uomini a rovinarsi, prima o dopo perderemo la vista e l'udito, tutti orbi come talpe e sordi come campane. E solo perché si crede sempre di aver bisogno di qualcosa, magari di sale nella minestra, e si sgobba per averlo. Ridurre i bisogni, esser felici del proprio io, ecco la soluzione del rebus.


Sono gli schiavi che cianciano di diritti, chi è libero ha doveri.


Nessuna dipartita può addolorare, perché si è sempre estranei, neanche la dipartita finale; figuriamoci quella di una donna che si toglie dai piedi.

Opere ed autori citati
Omero (Odissea), Platone, Schopenhauer, Buddha, Ibsen, Leopardi, Tolstoj, Sofocle (Edipo re, Elettra), Eschilo (Agamennone)

La trama
Alle soglie della Grande Guerra, il giovane Enrico Mreule, grecista e filosofo, s'imbarca per il Sudamerica e va a fare il gaucho in Patagonia, dove sparisce nell'anonimato e nella solitudine. Abbandona la sua Gorizia ancora absburgica, con il suo mosaico di culture diverse, e tra la fuga e il ritorno, fra la caduta dell'impero e le tragedie della seconda guerra mondiale e del comunismo, tra i grandi spazi d'oltreoceano e il caparbio ritiro immobile su uno scoglio dell'Adriatico, la sua esistenza si consuma interiormente in un'ansia di perfezione che la conduce al nulla, si brucia per troppa luce e si chiude in un acre e nostalgico diniego. In una narrazione asciutta e tagliente, scandita dall'incalzare dei fatti e affidata a una scrittura epica ed essenziale, Magris racconta la storia di un amore per la vita che approda all'impossibilità di vivere, una parabola che si richiama all'odissea di altri grandi fuggiaschi della letteratura e della cultura moderna.

L'autore

Claudio Magris è nato a Trieste nel 1939. Docente universitario, collabora al «Corriere della Sera». Tra le sue opere pubblicate da Garzanti, Illazioni su una sciabola (1984), Un altro mare (1991), Microcosmi (1997, Premio Strega), Alla cieca (2004) oltre ai saggi Dietro le parole (1978), Itaca e oltre (1982) e Danubio (1986), ai testi teatrali Stadelmann (1988) e La mostra (2001) e al monologo Lei dunque capirà (2005).

*Ho tralasciato la prima fase dell'incipit perché impossibilitata a scrivere in greco dal mio pc.

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