lunedì 28 febbraio 2011

Oscar time!

E anche quest'anno sono andati! In tutta franchezza non mi posso lamentare per i vincitori proclamati ieri notte: su tutti trionfa Natalie Portman, migliore attrice per The black swan, bellissima come sempre e raggiante per la sua gravidanza, Colin Firth porta a casa la statuetta come migliore attore per The king's speech (siccome Colin per-me-resta-sempre-Mr. Darcy e mi piace tanto, ma proprio tanto, sono contenta), mentre Christian Bale vince come miglior attore non protagonista per un ruolo estremo in The fighter. In passato avevo sostenuto che Bale fosse un attore sottovalutato ed ecco che mi arriva puntuale la smerdata: ora finalmente potrà smettere di fare lo yoyo con il suo corpo. Peccato per Inception e The Social network che raccattano solo premi minori. Si vede che non era l'annata giusta per Nolan e Fincher...


domenica 27 febbraio 2011

Sto ascoltando: Joan as police woman


So che è uscito da poco il suo ultimo album The deep field, ma mi sembrava più giusto conoscere meglio i suoi lavori precedenti prima di dedicarmi all'ascolto delle nuove canzoni. Considerando che dopo le sfighe del mio pc la mia cartella musicale è vuota, invece di deprimermi per quello che ho perso sono andata a procurarmi qualcosa di nuovo, per la precisione To survive e Real Life. Tra l'altro per chi non lo sapesse a marzo sarà in tournée in Italia e con mia immensa gioia nel suo tour ha previsto anche una data a Firenze!!! Inutile dirlo, è scattato l'ascolto ossessivo! Jeff aveva scelto bene...

Honor Wishes
Holiday
To be loved
To be lonely
Magpies
Start of my heart
Hard white wall
Furious
To survive
To America



Real Life
Eternal Flame
Feed The Light
The Ride
I Defy
Flushed Chest
Christobel
Save Me
Anyone
We Don't Own It

L'artista di oggi: Valeria Corvino









Appena ho visto le opere di Valeria Corvino me ne sono innamorata: mi ricordano i dipinti di Tamara de Lempicka (la mia pittrice preferita)  e allo stesso tempo la scultura greco-romana. L'abbinamento rosso-bianco rende le figure umane particolarmente sensuali, ma allo stesso tempo molto eleganti. Per vedere il video della sua mostra dell'anno scorso a Milano potete cliccare qui oppure visitare direttamente il suo sito.

venerdì 25 febbraio 2011

CineLibri: Le ore, di Michael Cunningham




L'Incipit
Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. E' il 1941. E' scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell'acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata.


Cosa ne penso
Tre donne di tre epoche diverse vivono una giornata qualunque. Virginia Woolf sta scrivendo Mrs Dalloway e medita il suicidio perché sente di aver fallito come donna e come scrittrice. Laura Brown sta leggendo Mrs Dalloway, il romanzo di Virginia Woolf: anche lei sente di aver fallito come donna, moglie e madre. Si sente intrappolata in una vita domestica e familiare che le sta stretta. Dovrebbe pensare alla festa di compleanno del marito, ma medita di togliersi la vita in un'anonima stanza d'albergo. Clarissa Vaughan (soprannominata Mrs. Dalloway) sta organizzando una festa per l'amico omosessuale malato di aids, scrittore e poeta, che ha ricevuto un importante premio e che è il figlio ormai adulto di Laura Brown. I tre personaggi femminili creati da Cunningham sembrano quasi confondersi per il gioco di sovrapposizioni e richiami costante che l'autore fa al personaggio inventato da Virginia Woolf. In comune hanno la passione per la vita e un senso di oppressione, una fragilità che le rende simili anche se diverse. Un romanzo bello e intenso, scritto magnificamente, con acute riflessioni sul senso della vita, sulla morte, sull'amore in tutte le sue accezioni (quello materno, quello filiale, quello etero e quello omosessuale) e naturalmente sul potere della letteratura. 

Perle di saggezza
La bellezza è una puttana, preferisco i soldi


Eppure lei ama il mondo così rude e indistruttibile, e sa che anche gli altri devono amarlo, i poveri come i ricchi, anche se nessuno sa chiarirne le ragioni. perché altrimenti combattiamo per continuare a vivere, non importa quanto compromessi, non importa quanto feriti?


Non amiamo forse i bambini in parte perché vivono al di fuori del regno del cinismo e dell'ironia? E' così terribile per un uomo volere più giovinezza, più piacere?


Clarissa crede che di questi tempi le persone si valutino per la loro gentilezza, per la loro capacità di dedizione. A volte ci si stanca di arguzia e intelligenza, il piccolo sfoggio di genio che fanno tutti.


A Laura piace pensare (è uno dei suoi segreti più gelosamente custoditi) che anche lei abbia un pò di brillantezza, appena una traccia, sebbene sappia che probabilmente la maggior parte delle persone se ne va in giro con simili speranze chiuse dentro, come tanti minuscoli pugni, che non vedono mai la luce. Si chiede, mentre spinge un carrello attraverso il supermercato o si fa pettinare i capelli, se tutte le altre donne non stiano pensando a un certo livello o a un altro, la medesima cosa: ecco lo spirito brillante, la donna dei dolori, la donna delle gioie trascendenti, che preferirebbe essere altrove, che ha acconsentito a sbrigare compiti semplici ed essenzialmente sciocchi, esaminare i pomodori, sedere sotto un casco asciugacapelli, perché questa è la sua arte, questo è il suo dovere.


Avventurati troppo lontano per inseguire l'amore, si dice, e rinuncerai alla cittadinanza nel paese che hai costruito per te stessa. Finirai solo a navigare di porto in porto. Tuttavia c'è questo senso di opportunità sprecata. Forse non c'è niente, mai, che possa eguagliare la memoria dell'essere stati giovani insieme.


Tuttavia è contenta di sapere (perché in un certo senso, improvvisamente, lo sa) che si può cessare di vivere. C'è una consolazione nell'avere di fronte la gamma completa di possibilità, nel poter prendere in considerazione tutte le scelte senza paura e senza inganno.


Se gridi abbastanza forte, abbastanza a lungo, una folla si radunerà per vedere perché c'è tanto rumore. E' così che funzionano le folle. Non rimangono a lungo, a meno che tu non offra loro un motivo


Le rose non sono mai troppe.


Combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo, è così semplice e ordinario [...] C'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.

Dai ringraziamenti: 
I romanzi valgono comunque tutta la fatica che richiedono per essere scritti. 

L'autore
Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Nel 1999 ha vinto il Premio Pulitzer per The hours, da cui è stato tratto nel 2001 il film di Stephen Daldry.

Golden States, 1984
White Angel, 1989
Una casa alla fine del mondo (A home at the end of the world, 1990)
Carne e sangue (Flesh and blood, 1995)
Kindred, 1995
Le ore (The Hours, 1998)
Dove la terra finisce. Una passeggiata per Provincetown (Land's End: A Walk through Provincetown, 2002)
Giorni memorabili (Specimen Days, 2005)
Al limite della notte (By Nightfall, 2010)

Il Film
The Hours (2002), di Stephen Daldry. Con Meryl Streep, Nicole Kidman, Julianne Moore, Miranda Richardson, Ed Harris, Jeff Daniels, John C. Reilly, Margo Martindale, Stephen Dillane, George Loftus, Charley Ramm, Sophie Wyburd, Lyndsey Marshal, Linda Bassett, Toni Collette, Jack Rovello, Allison Janney, Christian Coulson, Michael Culkin.



Un film che ho visto molto tempo fa, appena uscito al cinema. Bravissime le tre attrici principali Meryl Streep, Julianne Moore e Nicole Kidman, quest'ultima completamente trasformata per entrare nella parte di Virginia Woolf: non credo di esagerare dicendo che questa è stata la sua migliore interpretazione di sempre. La curiosità: il personaggio di Meryl Streep, Clarissa/Miss Dalloway, nel romanzo crede di vedere per strada proprio Meryl Streep.

mercoledì 23 febbraio 2011

Il Contratto


Ieri in tv ho visto la prima puntata del nuovo reality de La7 presentato dalla ex iena Sabrina Nobile. Mi riferisco a Il contratto, gente di talento che mette in palio un posto di lavoro a tempo indeterminato. Dopo uno stage di una settimana, uno dei tre "candidati" selezionati ha firmato in diretta un favoloso contratto di lavoro messo "in palio" dal motore di ricerca Monster  (che ci ha guadagnato in cambio un sacco di bella pubblicità!) per la figura di un Tele sales (per chi non mastica l'inglese, un commerciale).

Mi pare doverosa una premessa:  quando ho sentito parlare di questo programma per la prima volta ero assolutamente indignata (nonostante La7 sia l'unica rete che guardo con piacere e interesse) perché mi sembrava l'ennesima trovata televisiva per fare audience sfruttando le pene e le speranze dei poveri disoccupati e perché dopo il calvario dei centri per l'impiego e delle agenzie interinali che uno debba  andare in televisione per trovare lavoro mi pare l'ultima spiaggia. Insomma, ero decisamente prevenuta, ma dopo averlo visto mi sono ricreduta perché come programma non è affatto male, anche se bisogna sempre tener presente che si tratta di una trasmissione televisiva e che la realtà dei fatti è per forza di cose un pò falsata.

Mi aspettavo dei concorrenti fighissimi e super preparati (in pratica attori) e invece i tre candidati si sono rivelati dei ragazzi assolutamente normali, nell'aspetto e nel vissuto, con esperienze diverse alle spalle ma simili a quelle di tanti altri giovani. In una parola, mi sono sembrati autentici: uno laureato in filosofia, uno in economia e commercio e una con il diploma di belle arti (che alla fine l'ha spuntata sui due laureati).

In trasmissione hanno fatto vedere le varie prove svolte durante lo stage e altre attività extra che sono state fatte fare loro per farne emergere la personalità e le potenzialità. In studio era presente la responsabile delle risorse umane di Monster che ha fatto ai tre il colloquio finale (pensate a che cosa allucinante dev'essere fare un colloquio di lavoro in uno studio televisivo), un esperto di risorse umane, una coach, un docente di diritto del lavoro e una psicologa. Ho sentito molti discorsi interessanti (ho condiviso soprattutto quelli della psicologa) e mi è piaciuto il fatto che a ognuno dei tre venissero rivelati i punti di forza e gli aspetti da migliorare; i tre candidati mi sono sembrati dei veri e propri pionieri (ci vogliono le palle per mettere in piazza la propria disoccupazione, la frustrazione, la paura di fallire, il rischio di cadere nel ridicolo, la disperazione) e la conduttrice è stata davvero brava perché abituata a vederla in veste di iena non mi aspettavo una tale serietà e professionalità.

L'unica nota stonata è stata la durata delle stage: dove mai si è sentito di uno stage che dura sette giorni? Dove mai si è sentito che dopo scatta l'assunzione? Senza prendere in considerazione gli stage post master (dove in pratica si paga per lavorare), solitamente uno stage dura minimo tre mesi (io per esempio ne feci sei) e poi si vedrà, che significa in parole povere che quasi mai scatta l'assunzione, ma al limite ti fanno un determinato. Questo dettaglio mi è parso poco verosimile e poco rispettoso per quei ragazzi che attualmente ne stanno svolgendo uno: durante lo stage si lavora come muli per mesi e mesi con un misero rimborso spese e non mi risulta che le aziende prendano stagisti di 32, 36, 39 anni (di cui una donna). Insomma, quanto mostrato non corrisponde alla realtà dei fatti della stragrande maggioranza delle aziende italiane, fermo restando che la trasmissione è davvero carina e offre parecchi spunti di riflessione. Sono molto curiosa di vedere la seconda puntata, di scoprire quale sarà la prossima azienda promotrice e quale posizione verrà messa in palio, quali i concorrenti, quali le prove. Che sia questa la nuova frontiera della ricerca di un lavoro? In fondo non può essere peggio di quella trovata avuta l'anno scorso da una catena di supermercati che metteva in palio un posto di lavoro tramite estrazione...

Letto e commentato: L'isola scolpita, di Donato Altomare

L'Incipit
Si appoggiò con la mano al muro biaco di calce, posò a terra la valigia e strinse le labbra. Certo non c'era da aspettarsi il Grand Hotel, ma quella specie di tugurio pareva sul punto di cadere a pezzi. E' certa? La donna sollevò le spalle: Cha m'hannu dittu. Antonio emise un leggero sospiro e pensò fosse inutile fare altre domande. Il piccolo paese siciliano era stato una volta abitato soltanto da pescatori di tonno. Poi c'era stata l'incredibile quanto improvvisa apparizione dell'Isola Scolpita, e questo, aggiunto al bellissimo mare e alla spiaggia pulita, aveva decretato la fine della pace per quella gente.

Cosa ne penso
Romanzo fantasy made in Italy, l'Isola Scolpita di Donato Altomare (pubblicato dalla casa editrice Della Vigna) è interessante ma per quanto mi riguarda non completamente riuscito. Ho trovato bella ed intrigante la prima parte, buona l'idea della commistione dei generi letterari (si tratta di un fantasy con sfumature horror, qualche elemento favolistico e un pizzico di erotismo), azzecato il senso di suspence che l'autore è riuscito a creare intorno alla figura del protagonista, mentre la seconda parte mi è parsa più lenta e sconclusionata nella concatenazione degli eventi. L'idea di base in generale è carina: Antonio, un giovane impiegato senza legami e famiglia, decide di prendere un periodo di ferie per recarsi in Sicilia. Inspiegalmente attratto dall'idea di vedere anch'egli la misteriosa Isola Scolpita, che appare e scompare all'improvviso, finisce per restare due mesi nel piccolo paesino siciliano in paziente attesa che l'isola compaia di nuovo. Nel frattempo vive in affitto in un faro, fa incubi terrificanti, vede animali alati mostruosi che cercano di ucciderlo, fa l'amore con la bella agente immobiliare locale che cerca di trattenerlo in paese. Quando finalmente l'isola ricompare Antonio è l'unico privilegiato che riesce a mettervi piede, perché in realtà egli è figlio del Destino, una specie di divinità che ha scolpito sull'isola la storia dell'umanità. E a questo punto la trama si ingarbuglia: compaiono di punto in bianco nuovi personaggi, demoni, una strega cattiva che seduce Antonio perché fare l'amore con lui è l'unico modo per restare eternamente giovane; si scatenano lotte feroci tra il Destino e la strega, i mostri e Antonio, fino alla rivelazione finale: Antonio ha giaciuto con la sua stessa madre e suo padre (il Destino) in realtà è anche suo fratello.

Confesso che a questo punto della lettura mi sono sentita un pò persa. Peccato aver buttato via così il finale perché le premesse per farne un buon romanzo in toto c'erano tutte. Davvero non capisco perché siano state sprecate così, soprattutto considerando che Altomare è uno scrittore con al suo attivo svariate opere di una certa importanza. Mi riservo di leggere le sue opere maggiori prima di esprimere un giudizio definitivo. Per quanto riguarda questo romanzo nello specifico non mi sento di dare più di tre stelline anobiane.

L'Autore


Donato Altomare, classe 1951, si è particolarmente distinto nel genere fantastico/fantascientifico: nel 2000 e nel 2007 ha vinto due Premio Urania e tre Premi Italia. Ha pubblicato per la Mondadori, la Nord e la Fanucci e tuttora scrive su svariate riviste di settore (Mystero). Si diletta anche di poesia e collabora con alcune emittenti televisive baresi.

Tra le altre sue opere:






Tutto ok, o quasi...


Diciamo che forse è tornata la quiete da queste parti, diciamo che forse il mio pc tirerà avanti ancora per qualche tempo: anche se sono ridotta ad usare le funzioni base di Vista, non riesco ad installare il programma dello scanner e della stampante e ho problemi a visualizzare alcune pagine web (senza contare la già citata perdita di dati) voglio essere ottimista.. Diciamo che per adesso va tutto bene...

martedì 22 febbraio 2011

Secondo me mi prende per il culo

Pare che il mio sistema operativo abbia ricominciato a funzionare, senza che io abbia fatto nulla (nulla si fa per dire: ho spippolato per ore senza sapere quello che stavo facendo, ma a quanto pare ha funzionato). Ho perso un numero imprecisato di foto, canzoni e testi vari, ma sembra che tutto sia tornato alla normalità. Non vorrei però portarmi sfiga...

Letto e commentato: L'orribile karma della formica, di David Safier



L'Incipit
Il giorno in cui morii non fu affatto divertente. E non solo a causa della mia morte. A voler essere precisi, in effetti, l'evento si conquistò appena il sesto posto nella classifica dei momenti più spiacevoli di qualla giornata. Al quinto andò l'attimo in cui Lilly mi chiese con sguardo assonnato: perchè oggi non rimani a casa, mamma? E' il mio compleanno! La prima risposta che mi passò per la testa fu: se cinque anni fa avessi saputo che il tuo compleanno e l'assegnazione del premio della televisione sarebbero caduti lo stesso giorno, avrei fatto in modo di farti nascere prima. Con taglio cesareo!

Cosa ne penso
Di questo romanzo avevo sentito parlare molto e in termini molto positivi, ma onestamente non l'ho trovato così divertente come speravo. La protagonista Kim Lange è una presentatrice televisiva di successo, che però trascura la famiglia. Dopo l'assegnazione di un premio alla carriera muore per un incidente assurdo (le cade in testa un pezzo di navetta spaziale russa) e si reincarna in una formica per espiare le sue innumerevoli colpe (aver trascurato la figlia, tradito il marito, sgomitato per far fuori una collega rivale  e tanti altri peccatucci). Dovrà produrre una quantità imprecisata di karma positivo per poter riacquistare le sembianze di un essere umano e potersi finalmente ricongiungere con il marito e la figlia, quindi dopo essere stata formica rinascerà sotto forma di porcellino d'India, vitello, lombrico, beagle ed infine entrerà nel corpo di una donna di nome Maria, obesa e malata di cuore. Kim nel corpo di Maria si adopererà per avvicinarsi a quella che una volta era la sua famiglia, diventerà la baby sitter della figlioletta Lilly e cercherà in tutti i modi di allontanare il marito Alex dalla nuova moglie Nina. La storia sembra voler trasmettere un messaggio positivo, (quello di occuparsi di ciò che conta davvero nella vita, gli affetti, prima che sia troppo tardi), ma la protagonista è davvero troppo odiosa, spocchiosa, egoista e incoerente; anche quando produce il cosidetto "karma positivo" compiendo buone azioni dà l'impressione di farlo per un secondo fine, cosa che me l'ha resa ancora più antipatica. Ci sono idee molto carine (per esempio l'introduzione del personaggio di Giacomo Casanova), che purtroppo non sono state sufficienti a farmi amare questo romanzo, nonostante la lettura sia stata abbastanza scorrevole. L'autore David Safier è lo sceneggiatore della famosa serie tv tedesca Lolle andata in onda qualche anno fa su Mtv. Il giudizio finale è un ni: una lettura spensierata, gradevole nel complesso, ma nulla di più.

La Trama
Da affascinante conduttrice televisiva a formica! E tutto per colpa della sua sfrenata ambizione e del suo cattivo carattere. Una punizione tremenda per la povera Kim, che perde in un colpo il marito, la sua bimba e finisce a un livello infimo nella scala delle reincarnazioni. Ora per lei c'è un solo modo per correre ai ripari: tentare la difficile risalita da insetto a essere umano, passando per una serie di altre, certo orribili, forme animali. Riuscirà a rientrare nel corpo di una donna e a impedire che il consorte finisca definitivamente tra le braccia della sua ex migliore amica? Un esordio esplosivo, un romanzo scoppiettante, che la stampa ha classificato tra i più divertenti di tutti i tempi.

E che palle!

Il mio pc ieri sembrava risorto come la fenice dalle sue ceneri, invece stamattina era di nuovo morto stecchito. Ora per lavorare e connettermi sono costretta a mendicare un computer a destra e a manca. Non ne posso più. Perché non ho studiato informatica?

sabato 19 febbraio 2011

Fine delle trasmissioni

Cari tutti, il mio pc ha deciso di abbandonarmi. E' la seconda volta che mi molla, ma questa volta la vedo dura: non credo che riuscirò a risolvere il problema nell'immediato perchè sembra proprio defunto. Di conseguenza l'attività del blog  si ridurrà notevolmente nei giorni (forse dovrei dire settimane) a venire. Riprenderò ad aggiornare regolarmente non appena mi sarà possibile.

Comunque vi saluto (per ora) con un commento sul festival di San Remo che ho visto ieri sera per la prima volta. Gianni Morandi non mi è sembrato per nulla professionale con gli ospiti: con la Bellucci sembrava uno scolaretto innamorato della maestra e con De Niro è stato impacciato, intimorito,  gli leggeva le domande come se le avesse sentite per la prima volta. Ho visto Belen per due secondi intenta a correggere la Canalis che aveva pronunciato male un nome; la Canalis è stata semplicemente inguardabile, o meglio, inascoltabile: la tanto strombazzata intervista a Bob De Niro (poveraccio, cosa non tocca fare per la promozione di un film!) si è rivelata un flop: ad un certo punto non sapeva tradurre una parola e si è rivolta a Morandi in cerca d'aiuto, che le ha candidamente risposto "e io che ne sò, sei tu quella che parla l'inglese". Mi sono vergognata per lei, indecisa se crepare dal ridere o provare pena. Le canzoni sono un capitolo a parte. Sono capitata nella sera dei duetti e non le ho sentite neanche tutte, quindi il mio giudizio è parzialissimo. Mi sono piaciuti La crus con Nina Zilli, Giusi Ferreri e (non avrei mai creduto di dirlo) Anna Tatangelo. Max Pezzali e Roberto Vecchioni si sono presentati con dei pezzi vecchi, uguali a tutti gli altri del loro vetusto repertorio, la vincitrice di X Factor (che quest'anno non ho seguito perché mi mancava troppo Morgan) è stata una vera delusione (la voce deve averla spesa tutta per vincere il reality), ma il fondo è stato toccato con l'esibizione di Al Bano, accompagnato da Michele Placido (Michele, ma perché?), che ha prodotto una roba orrenda sotto tutti i punti di vista, a cominciare dal titolo.  Dopo aver sentito lui mi sono ricordata perché quest'anno mi ero ripromessa di non guardare San Remo. Alla fine non ne potevo proprio più e ho spento. Non credo che guarderò la finale. Scusatemi per il post telegrafico ma più di così non posso fare. Per ora vi saluto e spero di tornare presto alla normale routine di questo blog.

venerdì 18 febbraio 2011

Menomale che c'è Benigni!

Questa settimana per me è stata talmente devastante sotto tutti i punti di vista che mi sono pure persa San Remo! Leggo in giro che questa edizione presentata da Morandi fa particolarmente schifo e che le canzoni sono obbrobiose, però mi dispiace non aver sentito Benigni in diretta. Per fortuna c'è You Tube per recuperare: sono stronza se dico che dell'inno di Mameli non m'importa una cippa e che vorrei festeggiare i 150 anni dell'Italia su Marte? Sono una merda se dico che non mi sento più italiana da molto tempo a questa parte e che se potessi me ne andrei il più lontano possibile? Comunque, Benigni è un grande.

lunedì 14 febbraio 2011

sabato 12 febbraio 2011

Cani e porci #8: Che giorno sarà, di Enrico Ruggeri


Questa volta proporre un titolo per Cani e Porci è stata dura. Perché il libro che ho scelto di inserire in rubrica è il primo romanzo di Enrico Ruggeri, ottimo musicista che si diletta a fare il presentatore tv e lo scrittore. Ruggeri in passato aveva pubblicato delle raccolte di racconti e di poesie, ma mai un romanzo e, come si può sentire dalla sua viva voce (vedi video), scriverlo è stato quasi un parto. Una lunghissima gestazione che però ha dato i frutti sperati. Ho letto i primi capitoli: sono rimasta conquistata. Aggiungerò che ho fatto fatica a non portarmelo alla cassa. Ho resistito, ma l'istinto mi diceva "prendilo, prendilo". Avessi avuto più tempo a disposizione probabilmente lo avrei anche finito di leggere in libreria. L'incipit è incisivo e la scrittura fluida, scorrevole. Una bella sorpresa, ma non più di tanto; mi sento anche un pò merdina ad averlo messo tra i cani e i porci!

La  Trama
Francesco Ronchi sognava di diventare un cantante famoso. La celebrità l'ha soltanto sfiorata, ma ha continuato testardamente a inseguirla tenendosi a galla come ha potuto negli "sfavillanti - ma non per tutti -anni ottanta", in un sottobosco popolato di personaggi sgangherati e arruffoni: discografici, manager, giovani di belle speranze disposti quasi a tutto pur di sfondare. Ha conosciuto persino qualche cantante di successo, e non era un granché. Francesco Ronchi ha incontrato l'amore e lo ha buttato via, aveva un grande amico e lo ha tradito. Da quasi vent'anni vivacchia cantando le canzoni degli altri su palchetti alti cinquanta centimetri. Finché, una sera, decide che è arrivato il momento di ribellarsi al suo destino.

Il Booktrailer



L'Autore
Enrico Ruggeri  (Milano, 1957) ha scritto e interpretato degli ultimi venticinque anni e ha all'attivo ventinove album. Nel 2006 intraprende la carriera di conduttore televisivo nelle trasmissioni Il bivio, Quello che le donne non dicono e Mistero. Ha partecipato in qualità di giurato alla quarta stagione di X Factor in onda su Rai Due. Dopo aver scritto gli apologhi per un'Italia allo sbando in Piccoli mostri (Feltrinelli, 2000), essersi raccontato in La mia vita, le mie canzoni (Sperling & Kupfer, 2001), aver immaginato svolte esistenziali alternative in Quante vite avrei voluto (Rizzoli, 2007), Enrico Ruggeri firma il suo primo romanzo.





La canzone di oggi: Rolling in the deep, di Adele



There’s a fire starting in my heart
Reaching a fever pitch, it’s bringing me out the dark
Finally I can see you crystal clear
Go head and sell me out and I'll lay your shit bare

See how I leave with every piece of you
Don’t underestimate the things that I will do

There’s a fire starting in my heart
Reaching a fever pitch
And its bring me out the dark

The scars of your love remind me of us
They keep me thinking that we almost had it all
The scars of your love they leave me breathless
I can’t help feeling
We could have had it all
Rolling in the deep
You had my heart and soul
And you played it
To the beat

Baby I have no story to be told
But I’ve heard one of you
And I’m gonna make your head burn
Think of me in the depths of your despair
Making a home down there
It Reminds you of the home we shared


The scars of your love remind me of us
They keep me thinking that we almost had it all
The scars of your love they leave me breathless
I can’t help feeling
We could have had it all
Rolling in the deep
You had my heart and soul
And you played it
To the beat

Throw your soul through every open door
Count your blessings to find what you look for
Turned my sorrow into treasured gold
You pay me back in kind and reap just what you sow

We could have had it all
We could have had it all
It all, it all it all,
We could have had it all
Rolling in the deep
You had my heart and soul
And you played it
To the beat



Prevedo che questa Adele resterà a lungo nel mio Ipod, un pò come successe l'anno scorso con Florence and the machine. In UK sono sempre avanti...

Se non ora quando?

Domani 13 Febbraio in tutte le città d'Italia la manifestazione promossa dalle donne per le donne per dire basta. Per dire che siamo stanche di essere considerate cittadine di serie B, per dire che è giunto il momento di avere un ruolo più attivo nella società, per dire che ci facciamo il culo doppio, al lavoro e a casa, per dire che non ne possiamo più di essere considerate tette e culi. Per dire che non vogliamo più vivere in un paese (uno dei più maschilisti al mondo) in cui il corpo femminile è considerato merce di scambio, o peggio, un oggetto di cui disporre a piacimento.


giovedì 10 febbraio 2011

Nemico pubblico n. 1

Fino a che non si dimetterà questo logo (preso da Facebook) resterà nel mio blog.

mercoledì 9 febbraio 2011

La canzone di oggi: Life on Mars, di David Bowie

Sono senza speranza: sono ripiombata nella Bowie mania. Lo amo, trascende ogni mio controllo!


It's a god-awful small affair
To the girl with the mousy hair
But her mummy is yelling "No"
And her daddy has told her to go
But her friend is nowhere to be seen
Now she walks
through her sunken dream
To the seat with the clearest view
And she's hooked to the silver screen
But the film is a saddening bore
For she's lived it
ten times or more
She could spit in the eyes of fools
As they ask her to focus on

CHORUS
Sailors fighting in the dance hall
Oh man!
Look at those cavemen go
It's the freakiest show
Take a look at the Lawman
Beating up the wrong guy
Oh man! Wonder if he'll ever know
He's in the best selling show
Is there life on Mars?

It's on Amerika's tortured brow
That Mickey Mouse
has grown up a cow
Now the workers
have struck for fame
'Cause Lennon's on sale again
See the mice in their million hordes
From Ibeza to the Norfolk Broads
Rule Britannia is out of bounds
To my mother, my dog, and clowns
But the film is a saddening bore
'Cause I wrote it
ten times or more
It's about to be writ again
As I ask you to focus on

Mortacci tua #3


Il mortacci tua di oggi è dedicato ad una categoria di gente particolarmente odiosa:

  • quelli che portano il cane a fare i bisogni e poi non li raccolgono
  • quelli che fanno fare la cacca al proprio cane di fronte al mio cancello (spero che un giorno il vostro cane vi caghi nelle pantofole così vediamo se vi fa piacere trovarvi il ricordino la mattina presto)
Fermo restando che i cani sono animali deliziosi e intelligenti, la cacca ancora non riescono a raccogliersela da soli e non mi consola sapere di non essere l'unica ad avere questo problema.

martedì 8 febbraio 2011

Letto e commentato: Manga, fast food e samurai di Peter Carey



L'incipit
Tutto iniziò quel giorno al negozio di video. Mi trovavo lì con mio figlio quando lui noleggiò L'estate di Kikujiro, un film giapponese che racconta l'incontro tra un ragazzino e un simpatico mezzo delinquente un pò schizzato interpretato da un certo Beat takeshi. Chi avrebbe mai immaginato quello che ne sarebbe seguito? Nelle settimane successive Charley riaffittò Kikujiro svariate volte e, malgrado in quelle occasioni ci fossi sempre anch'io, non mi rendevo ancora conto dell'influenza che quel film stava avendo su di lui. Poi un giorno mi disse, en passant: Da grande voglio andare a vivere a Tokyo.

Cosa ne penso
In questo breve saggio intitolato Manga, fast food e samurai (titolo originale Wrong about Japan, 2005) lo scrittore australiano Peter Carey (autore del magnifico romanzo Oscar e Lucinda) intraprende insieme al figlio dodicenne Charley un viaggio alla scoperta della vera essenza del Giappone, essenza che sembra sfuggire alla maggior parte degli occidentali.  Quello che padre e figlio visiteranno non è il Giappone classico, fatto di storia, tradizione e musei, ma il Giappone moderno dei manga e degli anime, dei centri commerciali dedicati agli ultimi ritrovati tecnologici (viene citato il Sega World). Attraverso una serie di incontri privilegiati con autori e registi di anime e altre personalità incontrate durante il viaggio Carey spiegherà al lettore in cosa consiste esattamente il teatro kabuki, come si forgia una vera spada samurai, che impatto hanno avuto sugli artisti (e in generale sulla popolazione) i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale (non solo quelli di Hiroshima e Nagasaki), il vero significato della parola otaku (qualcosa che va ben oltre il termine inglese nerd) e tanti altri particolari che aiutano a comprendere meglio questo mondo da noi così distante.
La conclusione cui sembra giungere Carey è che qualsiasi idea ci si faccia sulla cultura giapponese sarà sempre sbagliata (da qui il titolo originale Wrong about Japan) perché essa è talmente complessa da sfuggire a qualsiasi definizione univoca (conclusione che in base alla mia frammentaria conoscenza mi sento di condividere)

Sapere una cosa a metà  a volte è peggio di non saperla per niente.


Si tratta di una lettura agile ed interessante, utile qualora si volesse trovare degli spunti per approfondire la conoscenza di certi aspetti: io per esempio non ho mai visto né Akira né Astroboy pur avendone sentito parlare e confesso che ora mi è venuta la voglia di vederli.

Opere ed autori citati: L'estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, With Perry to Japan di William Heine, Gen di Hiroshima, Una tomba per le lucciole di Isao Takahata (tratto dal romanzo di Akiyuki Nosaka), Gundam di Yoshiyuki Tomino, Blood: The last vampire di Kitakubo, I sette samurai di  Akira Kurosawa, Yukio Mishima, The taming of the samurai di Eiko Ikegami, The japanese sword: the soul of the Samurai, The way of Bushido, Littles adventures in Tokyo, Kenji Yanobe, The politics of Otaku di Lawrence Eng, Kosei Ono, Il Giappone e la gloria di Alex Kerr, Sono Kouta Yume mo Yoshiwara, The Floating world in Japanese fiction di Howard Hibbett, Addio alle armi di Ernest Hemingway, Astro boy di Osamu Tezuka, Akira, Moto Arai, Way of the Carpenter di William Coaldrake e su tutti trionfa il genio di Hayao Miyazaki (La principessa Mononoke, La città incantata, My neighbor Totoro, The cat's return)

La quarta
Un padre, newyorkese d’adozione, riscopre il Giappone attraverso la curiosità del figlio dodicenne, superappassionato di manga. Fosse per il padre andrebbero a vedere solo musei, antichi opifici di spade e altre “cose tipiche”. Charley invece preferisce le sale giochi, i fast food e i meganegozi di elettrodomestici. Un libro che ironizza sul gap culturale e tecnologico tra genitori e figli, tra giapponesi e resto del mondo. L’atto di pentimento di un uomo che, viaggiando con i paraocchi della “cultura alta”, si rende conto di perdersi l’emozione dell’ordinario, lo stupefacente del contemporaneo. Un viaggio nel Giappone pop dei manga, dei robot e dei cloni di Elvis Presley. “Non adatto a un pubblico adulto, se non accompagnato da figli minorenni e disposto ad ascoltarli”.

lunedì 7 febbraio 2011

Letto e commentato: I sogni fanno rima, di Pierdavide Carone

(niente incipit perchè non si tratta di un romanzo)
Una premessa è doverosa: non avevo alcuna intenzione di leggere questo libro, ma poi per una serie di ragioni ho promesso di farlo, e l'ho fatto, perché sono persona di parola. Ne avevo parlato per la rubrica Cani e porci, perché francamente mi sembrava ingiusto che un ragazzino appena uscito da Amici pubblicasse un libro per la Mondadori, mentre tantissime persone provano a farsi pubblicare un libro (magari non perfetto, ma onesto nelle intenzioni) e spesso devono fare ricorso alla trappola delle case editrici a pagamento per avere una piccola possibilità di farsi conoscere.

sabato 5 febbraio 2011

Beppe Severgnini ieri alle Invasioni Barbariche

CineLibri: La strada, di Cormac McCarthy


L'Incipit
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era.

Cosa ne penso
Ad ogni riga, paragrafo, pagina questo romanzo di McCarthy mette i brividi: trasmette il senso di angoscia, di frustrazione e di rimpianto che l'uomo (protagonista insieme al bambino di cui non vengono mai fatti i nomi) prova nei confronti di un mondo che non esiste più, che è ormai lo spettro di ciò che è stato. McCarthy descrive un pianeta devastato da una catastrofe di non meglio precisata natura (molto probabilmente nucleare, ma non viene detto esplicitamente) che ha annientato il genere umano e ogni altra forma di vita. Pochi superstiti si aggirano sulle strade come spettri, cenciosi e puzzolenti, in cerca di cibo e tutto ciò che può permettere loro di andare avanti il più a lungo possibile, finché non giungerà la morte inevitabile. L'uomo è malato, sa che presto morirà: ciò che lo spinge a continuare è il pensiero del bambino (un figlio nato per miracolo che rappresenta la speranza) che deve proteggere dal freddo e dai pericoli, ad ogni costo, anche a rischio della sua stessa esistenza. Attraversano insieme le strade ricoperte di cenere, battute da una pioggia incessante diretti verso il sud, in cerca di cibo, riparo, calore. Ma non c'è calore in questo mondo, non c'è umanità, non c'è colore. Tutto è grigio, cupo, freddo, pericoloso. Non ci si può fidare di nessuno. Non esiste solidarietà, non esiste generosità, non esiste pietà. Vige la legge del più forte: mors tua vita mea. L'uomo cerca di inculcare al bambino le più elementari regole della sopravvivenza, affinché possa resistere quando lui sarà morto, ma il bambino porta in sé un'ingenuità, un incanto, una speranza che agli occhi dell'uomo glielo rendono così caro e prezioso, quasi fosse l'ultimo dio, o un alieno. Il bambino non ha memoria della vita che è stata: non prova la rabbia che invece prova l'uomo di fronte al mondo perduto, non può e non vuole credere che gli uomini siano diventati così cattivi e il suo candore, il suo sguardo pulito, la sua fiducia nel prossimo verranno ricompensati alla fine del romanzo, quando rimasto solo, verrà accolto dalla famiglia di superstiti.

E'  stata una lettura difficile, lo confesso, non tanto per lo stile del libro (molto descrittivo, ripetitivo, pieno di dialoghi, secco, sintetico, senza fronzoli) quanto per la storia raccontata. L'angoscia del disastro nucleare ogni tanto tormenta i miei sonni, non tanto per la paura di morire, ma per la paura di sopravvivere in un mondo devastato come quello descritto in The road, senza alberi, animali, sole, ricoperto di cenere, detriti, sporcizia. Devo ancora metabolizzare e lasciare che il ricordo di questa lettura si affievolisca nella mia mente. Da questo romanzo John Hillcoat ha tratto l'omonimo film con Viggo Mortensen, Charlize Theron, Guy Pearce e Robert Duvall.


La trama
Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

«Guardati intorno, - disse. - Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».
Che cosa resta quando non c'è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d'acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell'insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell'umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell'essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all'estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà». Resta dell'altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell'uomo così come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy - epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale - resta perfino l'imprevedibile: un'affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

L'autore


Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto a Knoxville, Tennessee, dove ha frequentato l'università ed è poi tornato a più riprese nel corso della vita. Attualmente vive a El Paso, in Texas. Nel catalogo Einaudi sono disponibili Il guardiano del frutteto, Figlio di Dio, Il buio fuori, Meridiano di sangue, la trilogia della frontiera, costituita da Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, Non è un paese per vecchi, portato sugli schermi cinematografici da Joel e Ethan Coen, La strada, vincitore del Premio Pulitzer 2007, Sunset Limited e Suttree, pubblicata nel 1979 dopo una gestazione di oltre vent'anni e tuttora giudicata la sua opera più personale e più ambiziosa.

Le sue opere:
Il guardiano del frutteto (The Orchard Keeper, 1965)
Il buio fuori (Outer Dark, 1968)
Figlio di Dio (Child of God, 1974)
Suttree (Suttree, 1979)
Meridiano di sangue (Blood Meridian, Or the Evening Redness in the West, 1985)
Trilogia della frontiera (Border Trilogy):
  • Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses, 1992)
  • Oltre il confine (The Crossing, 1994)
  • Città della pianura (Cities of the Plain, 1998)
Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men, 2005)
La strada (The Road, 2006)
Sunset Limited (The Sunset Limited: A Novel in Dramatic Form, 2006)


Il Film


The Road (2009) di John Hillcoat. Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Michael K. Williams, Garret Dillahunt, Molly Parker, Brenna Roth, Bob Jennings, David August Lindauer, Jack Erdie, Jeremy Ambler, Nick Pasqual, Aaron Bernard, Mark Tierno, Amy Caroline, Matt Reese, Jared Pfennigwerth, Agnes Herrmann, Buddy Sosthand, Kirk Brown.


Uno dei film più angoscianti che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Un padre e un figlio sono sopravvissuti ad un disastro nucleare e cercano di andare avanti come meglio possono. Camminano senza sosta in direzione dell'oceano raccattando cibo e tutto quello che può tornare utile. I pochi uomini che incontrano sono nemici da cui difendersi perchè in un pianeta ormai desolato non ci sono altre forme di vita, non c'è niente di cui cibarsi se non di altri esseri umani. Non ci sono animali, non ci sono piante: l'unica possibilità di salvezza è trovare qualche scatoletta o uccidere i propri simili. Tutto quello che si vede è un cielo grigio e una lunga interminabile strada battuta da una pioggia incessante. L'unica cosa che li  fa andare avanti è l'amore che nutrono l'uno per l'altro: il padre costretto ad essere spietato, il bambino più ingenuo e pronto ad aiutare le poche persone che incontrano sulla via. Ad un certo punto l'uomo muore e il bambino viene accolto da una famiglia di superstiti che li stava seguendo.


Una storia che mi ha tolto il sonno per parecchi giorni, perché pensare ad un simile scenario apocalittico non può che far riflettere. Cosa faremmo se il mondo così come lo conosciamo all'improvviso non ci fosse più? Se non ci fossero più tutti i nostri comfort, il cibo disposto in abbondanza sugli scaffali del supermercato, se non ci fossero più i fiori, le piante, gli uccelli, gli animali? Cosa faremmo se non fossimo più al sicuro nelle nostre case e se dovessimo costantemente difenderci dai nostri simili? In una parola saremmo in grado di sopravvivere, andare avanti? E soprattutto ne varrebbe la pena? Varrebbe la pena vivere in un mondo non più riscaldato dal sole? O non sarebbe forse meglio farla finita come il personaggio di Charlize Theron? Tutte cose che io mi chiedo, ogni tanto.


Di tutto il film sicuramente le parole che più mi hanno colpito sono quelle pronunciate da un vecchio e logoro Robert Duvall:

Padre: Ti piacerebbe morire?
Vecchio: No, è sciocco pretendere dei lussi in un periodo come questo.

Un bel film, molto fedele al romanzo, che però consiglio di vedere in compagnia e quando si è di ottimo umore per non rischiare di finire in paranoia come è successo a me. Ottimo come sempre Viggo Mortensen, mentre Duvall, Guy Pearce e Charlize Theron hanno solo dei piccoli, ma significativi, cammei.

giovedì 3 febbraio 2011

Cani e porci #7: Fabrizio Corona


Ebbene sì, proprio lui. Il re dei paparazzi, Mr. Fabrizio Corona, ha scritto un libro. Anche lui. Si tratta di un giallo che ha per protagonista (ma guarda un pò) un paparazzo di nome Nick Zaro. Ora immagino che per la trama abbia attinto direttamente dalla sua vita. L'opera prima s'intitola Chi ha ucciso Norma Jean ed è edita da Cairo editore, costa la bellezza di 12 euro 12 per 180 pagine di probabili sproloqui. Dopo la puntata di Cani e porci su Pierdavide Carone (che tante soddisfazioni mi ha dato in questi giorni) mi aspetto che mi insulti niente meno che Belen. Fatevi sotto, l'occasione è troppo ghiotta...

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