sabato 5 febbraio 2011

CineLibri: La strada, di Cormac McCarthy


L'Incipit
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era.

Cosa ne penso
Ad ogni riga, paragrafo, pagina questo romanzo di McCarthy mette i brividi: trasmette il senso di angoscia, di frustrazione e di rimpianto che l'uomo (protagonista insieme al bambino di cui non vengono mai fatti i nomi) prova nei confronti di un mondo che non esiste più, che è ormai lo spettro di ciò che è stato. McCarthy descrive un pianeta devastato da una catastrofe di non meglio precisata natura (molto probabilmente nucleare, ma non viene detto esplicitamente) che ha annientato il genere umano e ogni altra forma di vita. Pochi superstiti si aggirano sulle strade come spettri, cenciosi e puzzolenti, in cerca di cibo e tutto ciò che può permettere loro di andare avanti il più a lungo possibile, finché non giungerà la morte inevitabile. L'uomo è malato, sa che presto morirà: ciò che lo spinge a continuare è il pensiero del bambino (un figlio nato per miracolo che rappresenta la speranza) che deve proteggere dal freddo e dai pericoli, ad ogni costo, anche a rischio della sua stessa esistenza. Attraversano insieme le strade ricoperte di cenere, battute da una pioggia incessante diretti verso il sud, in cerca di cibo, riparo, calore. Ma non c'è calore in questo mondo, non c'è umanità, non c'è colore. Tutto è grigio, cupo, freddo, pericoloso. Non ci si può fidare di nessuno. Non esiste solidarietà, non esiste generosità, non esiste pietà. Vige la legge del più forte: mors tua vita mea. L'uomo cerca di inculcare al bambino le più elementari regole della sopravvivenza, affinché possa resistere quando lui sarà morto, ma il bambino porta in sé un'ingenuità, un incanto, una speranza che agli occhi dell'uomo glielo rendono così caro e prezioso, quasi fosse l'ultimo dio, o un alieno. Il bambino non ha memoria della vita che è stata: non prova la rabbia che invece prova l'uomo di fronte al mondo perduto, non può e non vuole credere che gli uomini siano diventati così cattivi e il suo candore, il suo sguardo pulito, la sua fiducia nel prossimo verranno ricompensati alla fine del romanzo, quando rimasto solo, verrà accolto dalla famiglia di superstiti.

E'  stata una lettura difficile, lo confesso, non tanto per lo stile del libro (molto descrittivo, ripetitivo, pieno di dialoghi, secco, sintetico, senza fronzoli) quanto per la storia raccontata. L'angoscia del disastro nucleare ogni tanto tormenta i miei sonni, non tanto per la paura di morire, ma per la paura di sopravvivere in un mondo devastato come quello descritto in The road, senza alberi, animali, sole, ricoperto di cenere, detriti, sporcizia. Devo ancora metabolizzare e lasciare che il ricordo di questa lettura si affievolisca nella mia mente. Da questo romanzo John Hillcoat ha tratto l'omonimo film con Viggo Mortensen, Charlize Theron, Guy Pearce e Robert Duvall.


La trama
Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

«Guardati intorno, - disse. - Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».
Che cosa resta quando non c'è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d'acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell'insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell'umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell'essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all'estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà». Resta dell'altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell'uomo così come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy - epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale - resta perfino l'imprevedibile: un'affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

L'autore


Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto a Knoxville, Tennessee, dove ha frequentato l'università ed è poi tornato a più riprese nel corso della vita. Attualmente vive a El Paso, in Texas. Nel catalogo Einaudi sono disponibili Il guardiano del frutteto, Figlio di Dio, Il buio fuori, Meridiano di sangue, la trilogia della frontiera, costituita da Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, Non è un paese per vecchi, portato sugli schermi cinematografici da Joel e Ethan Coen, La strada, vincitore del Premio Pulitzer 2007, Sunset Limited e Suttree, pubblicata nel 1979 dopo una gestazione di oltre vent'anni e tuttora giudicata la sua opera più personale e più ambiziosa.

Le sue opere:
Il guardiano del frutteto (The Orchard Keeper, 1965)
Il buio fuori (Outer Dark, 1968)
Figlio di Dio (Child of God, 1974)
Suttree (Suttree, 1979)
Meridiano di sangue (Blood Meridian, Or the Evening Redness in the West, 1985)
Trilogia della frontiera (Border Trilogy):
  • Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses, 1992)
  • Oltre il confine (The Crossing, 1994)
  • Città della pianura (Cities of the Plain, 1998)
Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men, 2005)
La strada (The Road, 2006)
Sunset Limited (The Sunset Limited: A Novel in Dramatic Form, 2006)


Il Film


The Road (2009) di John Hillcoat. Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Michael K. Williams, Garret Dillahunt, Molly Parker, Brenna Roth, Bob Jennings, David August Lindauer, Jack Erdie, Jeremy Ambler, Nick Pasqual, Aaron Bernard, Mark Tierno, Amy Caroline, Matt Reese, Jared Pfennigwerth, Agnes Herrmann, Buddy Sosthand, Kirk Brown.


Uno dei film più angoscianti che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Un padre e un figlio sono sopravvissuti ad un disastro nucleare e cercano di andare avanti come meglio possono. Camminano senza sosta in direzione dell'oceano raccattando cibo e tutto quello che può tornare utile. I pochi uomini che incontrano sono nemici da cui difendersi perchè in un pianeta ormai desolato non ci sono altre forme di vita, non c'è niente di cui cibarsi se non di altri esseri umani. Non ci sono animali, non ci sono piante: l'unica possibilità di salvezza è trovare qualche scatoletta o uccidere i propri simili. Tutto quello che si vede è un cielo grigio e una lunga interminabile strada battuta da una pioggia incessante. L'unica cosa che li  fa andare avanti è l'amore che nutrono l'uno per l'altro: il padre costretto ad essere spietato, il bambino più ingenuo e pronto ad aiutare le poche persone che incontrano sulla via. Ad un certo punto l'uomo muore e il bambino viene accolto da una famiglia di superstiti che li stava seguendo.


Una storia che mi ha tolto il sonno per parecchi giorni, perché pensare ad un simile scenario apocalittico non può che far riflettere. Cosa faremmo se il mondo così come lo conosciamo all'improvviso non ci fosse più? Se non ci fossero più tutti i nostri comfort, il cibo disposto in abbondanza sugli scaffali del supermercato, se non ci fossero più i fiori, le piante, gli uccelli, gli animali? Cosa faremmo se non fossimo più al sicuro nelle nostre case e se dovessimo costantemente difenderci dai nostri simili? In una parola saremmo in grado di sopravvivere, andare avanti? E soprattutto ne varrebbe la pena? Varrebbe la pena vivere in un mondo non più riscaldato dal sole? O non sarebbe forse meglio farla finita come il personaggio di Charlize Theron? Tutte cose che io mi chiedo, ogni tanto.


Di tutto il film sicuramente le parole che più mi hanno colpito sono quelle pronunciate da un vecchio e logoro Robert Duvall:

Padre: Ti piacerebbe morire?
Vecchio: No, è sciocco pretendere dei lussi in un periodo come questo.

Un bel film, molto fedele al romanzo, che però consiglio di vedere in compagnia e quando si è di ottimo umore per non rischiare di finire in paranoia come è successo a me. Ottimo come sempre Viggo Mortensen, mentre Duvall, Guy Pearce e Charlize Theron hanno solo dei piccoli, ma significativi, cammei.

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