mercoledì 29 dicembre 2010

Letto e commentato: L'Aleph, di Jorge Luis Borges


Gli Incipit

L'Immortale
A Londra, all'inizio del mese di giugno del 1929, l'antiquario Joseph Cartaphilus, di Smirne, offrì alla principessa di Lucigne i sei volumi in quarto minore (1715-1720) dell'Iliade di Pope. La principessa li acquistò; e in quell'occasione scambiò qualche parola con lui. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio d'occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Si districava con scioltezza e ignoranza in diverse lingue; in pochi minuti passò dal francese all'inglese e dall'inglese a una misteriosa mescolanza di spagnolo di Salonicco e portoghese di Macao. Nell'ottobre, la principessa seppe da un passeggero dello Zeus che Cartaphilus era morto in mare, nel tornare a Smirne, e che l'avevano seppellito nell'isola di Ios. Nell'ultimo tomo dell'Iliade trovò questo manoscritto.

Il morto
Che un uomo del suburbio di Buenos Aires, un tristo bravaccio senz'altre doti che l'infatuazione del coraggio, s'interni nei deserti battuti da cavalli della frontiera brasiliana e divenga capo dei contrabbandieri, sembra a prima vista impossibile. A chi la pensa così voglio narrare il destino di Benjamin Otalora, di cui forse non resta ricordo nel quartiere di Balvanera e che morì secondo il suo stile, ucciso da un colpo di pistola, ai confini di Rio Grande do Sul.

I teologi
Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli unni entrarono a cavallo nella biblioteca del monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. Bruciarono palinsesti e codici, ma nel cuore del rogo, tra la cenere, rimase quasi intatto il libro dodicesimo della Civitas Dei, dove si narra che Platone insegnò in Atene che, alla fine dei secoli, tutte le cose riacquisteranno il loro stato anteriore ed egli, in Atene, davanti allo stesso uditorio, insegnerà nuovamente tale dottrina.

Storia del guerriero e della prigioniera
A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l'epitaffio di Droctulft; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perché. Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l'assedio di ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine (contempsit caros, dum nos amat ille, parentes) e il  curioso contrasto che si avvertiva tra l'aspetto atroce di quel barbaro e la sua semplicità e bontà.

Biografia di Tadeo Isidoro Cruz
Il sei febbraio del 1829, gli armati che, inseguiti da Lavalle, marciavano, provenienti da sud, per unirsi alle divisioni di Lopez, si fermarono in una fattoria il cui nome ignoravano, a tre o quattro leghe dal Pergamino; verso l'alba, uno degli uomini ebbe un incubo tenace: nella penombra della capanna, il confuso grido destò la donna che dormiva con lui. Nessuno sa quel che sognò, poiché il giorno dopo, alle quattro, i guerriglieri furono sbaragliati dalla cavalleria di Suarez e inseguiti per nove leghe, fino ai campi di stoppie, già squallidi, e l'uomo morì in un fosso, il cranio rotto da una sciabola delle guerre di Perù e Brasile.

Emma Zunz
Il quattordici gennaio del 1922, Emma Zunz, di ritorno dalla fabbrica di tessuti Tarbuch e Loewenthal, trovò in fondo all'ingresso una lettera, col timbro del Brasile, dalla quale seppe che suo padre era morto. La ingannarono, a prima vista, il francobollo e la busta; poi, la inquietò la calligrafia sconosciuta. Nove o dieci righe scarabocchiate cercavano di riempire il foglio; Emma lesse che il signor Maier aveva ingerito per errore una forte dose di veronal ed era morto il tre di quel mese all'ospedale di Bagé. Firmava la sua lettera un compagno di pensione di suo padre, un certo Fein o Fain, di Rio Grande, il quale non poteva sapere che si dirigeva alla figlia del morto.

La casa di Asterione
So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E' vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi nè la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra.

L'altra morte
Un paio d'anni fa (ho perduto la lettera), Gannon mi scrisse da Gualeguaychù, annunciandomi l'invio di una versione, forse la prima in spagnolo, del poema The past, di Ralph Waldo Emerson, e aggiungendo in un poscritto che don pedro Damian, del quale conservavo forse qualche ricordo, era morto sere prima, d'una congestione polmonare. L'uomo, distrutto dalla febbre, aveva rivissuto nel delirio la sanguinosa giornata di Masoller; la nolizia mi parve prevedibile e perfino ovvia, perché don Pedro, a diciannove o venti anni, aveva seguito le bandiere di Aparicio Saravia.

Deutsches Requiem
Il mio nome è Otto Dietrich zur Linde. Uno dei miei antenati, Cristoph zur Linde, morì nella carica di cavalleria che decise la vittoria di Zondorf. Il mio bisnonno materno, Ulrich Forkel, fu assassinato nella foresta di Marchenoir da franchi tiratori francesi, negli ultimi giorni del 1870; il capitano Dietrich zur Linde, mio padre, si distinse nell'assedio di Namur, nel 1914 e, due anni dopo, nella traversata del Danubio. Quanto a me, sarò fucilato come torturatore e assassino.

La ricerca di Averroé
Abulgualid Mohammed Ibn-Ahmed Ibn-Mohammed Ibn-Rushd (un secolo avrebbe impiegato questo lungo nome a divenire Averroé, passando per Benraist e per Avernriz, per Aben-Rassed e Filius Rosadis) stendeva l'undicesimo capitolo dell'opera Tahafut-ul-Tahafut [Distruzione della distruzione] nel quale si afferma, contro l'asceta persiano Ghazali, autore di Tahafut-ul-Falasifa [Distruzione dei filosofi], che la divinità conosce solo le leggi generali dell'universo, quel che si riferisce alla specie, non all'individuo.

Lo Zahir
A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere Nt e il numero due; 1929 è la data incisa sul suo rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni di Mahdì, intorno al 1982, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf von Slatin toccò; nella moschea di cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuan, il fondo di un pozzo). Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.

La scrittura del dio
Il carcere è profondo e di pietra; la sua forma, quella di un emisfero quasi perfetto, perchè il pavimento (anch'esso di pietra) è un pò minore di un cerchio massimo, il che aggrava in qualche modo i sentimenti di oppressione e di vastità. Un muro lo taglia a metà; esso, benché sia altissimo, non tocca la volta. Da un lato sto io, Tzinacan, mago della piramide di Qaholom, che Pedro de Alvarado incendiò; dall'altro è un giaguaro, che misura con segreti passi uguali il tempo e lo spazio della prigione.

Abenjacan il Bojari, ucciso nel suo labirinto
Questa, disse Dunraven con un ampio gesto che non disdegnava le offuscate stelle e abbracciava il nero altipiano, il mare e un edificio maestoso e decrepito che sembrava una scuderia decaduta, è la terra dei miei antenati.

I due re e i due labirinti
Narrano gli uomini degni di fede (ma Allah sa di più) che nei tempi antichi ci fu un re delle isole di Babilonia che riunì i suoi architetti e i suoi maghi e comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva.

L'attesa
La vettura lo lasciò al numero quattromilaquattro di quella via del nordovest. Non erano ancora le nove della mattina; l'uomo notò approvando i platani maculati, il quadrato di terra ai piedi di ciascuno di essi, le decorose case con balconcino, la vicina farmacia, le scritte scolorite dei negozi di colori e cornici e di ferramenta. Un lungo e cieco muro d'ospedale chiudeva la strada di fronte; il sole riverberava, più lontano, in una serra. L'uomo pensò che quelle cose (allora arbitrarie e casuali e in un ordine qualunque, come quelle che si vedono nei sogni) sarebbero divenute col tempo, se a Dio fosse piaciuto, invariabili, necessarie e familiari.

L'uomo sulla soglia
Bioy Casares portò da Londra un curioso pugnale dalla lama triangolare e dall'impugnatura a forma di H; il nostro amico Christopher dewey, del Consiglio Britannico, disse che tali armi erano d'uso comune in Indonesia.

L'Aleph
L'incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì, dopo un'imperiosa agonia che non si abbassò un solo istante al sentimentalismo né al timore, notai che le armature di ferro di piazza della Costituzione avevano cambiato non so quale avviso di sigarette; il fatto mi dolse, perché compresi che l'incessante e vasto universo già si separava da lei e che quel mutamento era il primo d'una serie infinita.


Cosa ne penso
L'Aleph è una raccolta di racconti (17 in tutto) dello scrittore argentino Jorge Luis Borges (1899-1986), che non è esattamente il mio scrittore preferito. Di Borges tantissimi anni fa lessi dei saggi sulla poesia e già allora mi venne l'orticaria, ma il mio giudizio era forse inficiato dal fatto che si trattava di una lettura obbligata. Questi brevi racconti pubblicati nel 1949 purtroppo hanno confermato l'impressione avuta ai tempi della scuola: il suo stile non è esattamente quanto di più scorrevole ci sia da leggere, anzi a voler essere gentile dirò che è a dir poco ostico. La lettura dell'Aleph è stata faticosa e frammentaria,  portata a termine con fatica, tra alti e bassi, durante queste feste natalizie. Non che i temi trattati non siano interessanti (l'immortalità, la morte, la teologia, il tempo, lo spazio, la vendetta, il destino, lo sdoppiamento di personalità, il sogno), ma per capirci davvero qualcosa (e poter apprezzare) bisogna essere dotati di una sconfinata cultura (soprattutto in ambito religioso e filosofico) e spremere con forza tutti i neuroni del proprio cervello (i miei due superstiti proprio non lo richiedevano!). Se questa mia opinione non vi ha scoraggiato troppo consiglio comunque la lettura di alcuni dei racconti più accessibili: Il morto, che narra delle vicende di un gaucho di nome Benjamin Otalora e Emma Zunz, storia di una ragazza che vendica la memoria del padre finito ingiustamente in prigione. Interessante, ma che palle...

Leggi on line L'Aleph

Perle di saggezza
Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale.


Essere immortale è cosa da poco: tranne l'uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali.


In un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore di ogni bontà, ma anche di ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro.


Le eresie che dobbiamo temere sono quelle che possono confondersi con l'ortodossia.


Il tempo non torna  a fare ciò che perdiamo; l'eternità lo conserva per il gaudio o per il fuoco eterni.


Un destino non è migliore di un altro, ma ogni uomo deve compiere quello che porta in sé.


Come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura.


Un uomo tormentato dal ricordo di un atto di codardia è più complesso e più interessante di un uomo semplicemte coraggioso.


Tutti i fatti che possono accadere a un uomo, dall'istante della sua nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui. Così, ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio. Non c'è consolazione più abile del pensiero che abbiamo scelto le nostre disgrazie.


Non c'è uomo che non aspiri alla pienezza, cioé alla somma di esperienze di cui un uomo è capace; non c'è uomo che non tema d'essere defraudato di una parte di quel patrimonio infinito.


La luna del Bengala non è uguale alla luna dello Yemen, ma si lascia descrivere con le stesse parole.


Gli atti dei pazzi eccedono le previsioni del savio.
E' incapace di una colpa solo chi l'ha già commessa e s'è pentito; per essere liberi da un errore, possiamo aggiungere, è bene averlo professato.


Se il fine della poesia fosse la meraviglia, il suo tempo non si misurerebbe a secoli, ma a giorni e a ore, e forse a minuti.


Un grande poeta è meno inventore che scopritore.


Disse Tennyson che se potessimo comprendere un solo fiore sapremmo chi siamo e cos'è il mondo. Forse volle dire che non c'è fatto, per umile che sia, che non racchiuda la storia universale e la sua infinita concatenazioe di effetti e di cause.


Anni di solitudine gli avevano insegnato che i giorni, nella memoria, tendono a uguagliarsi, ma che non c'è un giorno, neppure di carcere o d'ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese.
   
L'autore

Jorge Luis Borges è stato un narratore, poeta e saggista argentino famoso sia per i suoi racconti fantastici che per la sua vasta produzione poetica. Borges nacque a Buonos Aires nel 1899 e fin da piccolo manifestò i sintomi della cecità che nella sua famiglia era ereditaria da ben 6 generazioni. Trascorse un breve periodo in Svizzera, dove completò gli studi, e in Spagna, per fare ritorno in Argentina solo nel 1921, dove cominciò a scrivere per varie riviste e pubblicò la sua prima raccolta di poesie (Fervore di Buenos Aires, 1923) . Fu contro il regime di Peron e per questo dovette abbandonare il suo impiego di bibliotecario, ma con la fine del governo peronista nel 1955 venne eletto direttore della Biblioteca Nazionale Argentina. Si dimise nel 1973 quando Peron tornò al potere. Fu anche professore di letteratura inglese presso l'università di Buenos Aires. Morì nel 1986 a Ginevra per un canco al fegato.



Tra le sue opere:
NarrativaStoria universale dell'infamia (1935)
Finzioni (1944)
L'Aleph (1949)
Brume, dei, eroi (1951)
L'altro, lo stesso (1964)
Il Manuale di zoologia fantastica (1967)
Il manoscritto di Brodie (1970)
Il libro di sabbia (1975)
Il libro dei sogni (1976)
I congiurati (1985)
Venticinque agosto 1983 e altri racconti inediti

Poesia
Fervore di Buenos Aires (1923)
Luna di fronte (1925)
Quaderno San Martín (1929)
L'artefice (El hacedor 1960)
Elogio dell'Ombra (1969)
L'oro delle tigri (1972),
La rosa profonda (1975)
La moneta di ferro (1976)

Saggistica
Inquisizioni (1925)
Evaristo Carriego (1930)
Discussioni (1932)
Storia dell'eternità (1936)
Altre inquisizioni (1952)
Testi prigionieri (1986)
Cos'è il buddismo (1976)
Nove saggi danteschi (1982)
L'invenzione della poesia. Le lezioni americane
Prologhi. Con un prologo ai prologhi (1975)

source: Wikipedia

3 commenti:

  1. Certamente pesantuccia come lettura,un po' come può esserlo oggi Umberto Eco,tanto per fare un esempio...Però alcuni di questi racconti sono davvero perfetti;L'Aleph e Lo Zahir sono inquietanti come pochi,mentre L'immortale e La casa di Asterione sono esempi perfetti di racconti brevi ad orologeria,con colpo di scena finale esplosivo.

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  2. @andrea in effetti forse non ho scelto proprio il momento più adatto per mettermi a leggere Borges. Non ho più tanta voglia come una volta di letture complicate o intelletualoidi. I miei poveri neuroni non han voglia di andare a cercare significati reconditi, però ho apprezzato la profondità di certe riflessioni racchiuse in questi racconti :)

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  3. L'Aleph non è una raccolta di racconti, ma un ricettario per quando non esistevano ancora gli ipertesti. Non si legge per la trama è solo un "passpartout" per aprire altre porte per successivi livelli di conoscenza.

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