venerdì 8 ottobre 2010

Letto e commentato: Accabadora, di Michela Murgia

L'Incipit.
Fillus de anima. E' così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell'anima di Bonaria Urrai. Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l'errore dopo tre cose giuste. le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna. Muovevano le zampe rossastre nell'impasto, morendo lente sotto i decori di fiori di campo e lo zucchero di sabbia. nel sole violento di luglio il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive.

Cosa ne penso.
Un romanzo "potente" della scrittrice sarda Michela Murgia, meritatamente vincitrice del Premio Campiello 2010. La storia, ambientata nella Sardegna degli anni '50 (una Sardegna ancora prettamente rurale, arcaica, misteriosa, quasi magica ma anche dura e spietata come la terra), racconta le vicende di una donna ormai anziana, Bonaria Urrai, che in un giorno d'estate decide di prendere con sè una bambina non voluta dalla vera madre per crescerla ed amarla e, incredibilmente per quei tempi, darle un futuro migliore permettendole di studiare oltre la quinta elementare. Bonaria Urrai è una donna rispettata da tutti perché in paese riveste un ruolo che solo le anime più pietose possono accollarsi: è un accabadora, è "colei che finisce", colei che aiuta chi è in fin di vita nel momento del trapasso, ma lo fa senza clamore,quasi misteriosamente, uscendo furtivamente la notte per recarsi a casa del moribondo. Una realtà che per Maria Listru è incomprensibile e dunque inaccettabile e che la porterà ad allontanarsi dalla sua casa e dalla sua terra. La forza di questo romanzo sta proprio nel modo in cui si affronta un argomento delicato come quello dell'eutanasia. In bilico tra la finzione e la realtà, la Murgia descrive delicatamente, quasi poeticamente (nonostante l'uso della lingua sarda, peraltro mai invasivo), una pratica realmente messa in atto in certe zone della Sardegna che potrebbe far storcere il naso a difensori della vita ad ogni costo, a quelli che, per intenderci, si sono tanto accaniti contro la povera Eluana Englaro. Un romanzo necessario, bellissimo, commovente, ma anche cinico.

Perle di saggezza.
Quando si muore per una terra, quella terra diventa per forza la tua. Nessuno muore per una terra che non è la sua, se non è stupido.

Chi ha giudizio sa che i consigli bisogna farseli dare da svegli, perché ogni alba nuova è un agguato da cui difendersi come si può.

Se l'astuzia, la forza e l'intelligenza si potevano vincere ad armi pari, la stupidità non aveva peggiore nemico di sé stessa, e la sua fondamentale imprevedibilità la rendeva pericolosa negli amici più ancora che nei nemici.

Ogni volta che apri bocca per parlare, ricordati che è con la parola che Dio ha creato il mondo.

Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.

Di Michela Murgia anche il romanzo Il mondo deve sapere, che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per chi volesse saperne di più su questa scrittrice c'è anche un blog: http://www.michelamurgia.com/

2 commenti:

  1. ehi, gran bel blog! ti seguo con piacere

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  2. :) anch'io seguo il tuo con piacere, anche se di solito commento poco...

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