domenica 8 agosto 2010

Letto e commentato: L'ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafon

Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano i primi giorni dell'estate del 1945 e noi camminavamo per le strade di una Barcellona intrappolata sotto cieli di cenere e un sole vaporoso che si spandeva sulla rambla de Santa Monica in una ghirlanda di rame liquido.
Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno disse mio padre. Neppure al tuo amico Tomas. A nessuno. Neppure alla mamma? domandai sottovoce. Mio padre sospirò, trincerandosi dietro il sorriso dolente che lo seguiva come un'ombra nella vita. Ma certo rispose a capo chino. Per lei non abbiamo segreti. A lei puoi raccontare tutto.

L'ho appena finito e già mi sento orfana...vorrei ancora perdermi tra le pagine di questo avvincente romanzo di Zafon che presenta per la prima volta quel posto meraviglioso e incantato che è il Cimitero dei Libri Dimenticati; vorrei ancora seguire Daniel Sampere per i meandri di Barcellona, che non è la Barcellona vacanziera e assolata cui ci abituano i depliant delle agenzie di viaggi, ma quella misteriosa, cupa, sofferente degli anni antecedenti la guerra civile e ancora vorrei accompagnarmi a questi straordinari personaggi (uno su tutti, lo strampalato Fermin) usciti dalla mente (contorta) e dalla penna (felice) di questo scrittore spagnolo che assomiglia al nostrano Lucarelli ma con meno capelli e che ho personalmente eletto mio scrittore preferito di questo 2010. Nessuno come lui riesce ad imbastire trame così ben congegnate, che si incastrano alla perfezione come matrioske, nessuno riesce a mischiare i generi più diversi (poliziesco, romance, horror), nessuno riesce a trasmettere in modo così forte al lettore lo smisurato amore per i libri e la letteratura come riesce a fare lui. Raccontare la trama di questo romanzo sarebbe davvero troppo difficile, posso soltanto dire che rispetto agli altri due che ho letto (Il gioco dell'angelo e, appena qualche giorno fa, Marina) c'è molta, ma molta più sensualità e donne fatali che stenderebbero al tappeto anche l'uomo più coriaceo e tutti quegli elementi che mi hanno fatto amare gli altri suoi libri. Anche questo verso la fine mi ha commosso  perché non credo ci sia niente di più bello dell'immagine di un padre che cammina tenendo per mano il proprio figlio.

Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Molti anni fa, quando mio padre mi portò qui per la prima volta, questo luogo era già vecchio, quasi come la città. Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l’abbia creato. Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro si perde nell’oblio, noi, custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno. Adesso hanno soltanto noi, Daniel. Pensi di poter mantenere il segreto?

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