lunedì 25 gennaio 2010

Letto e commentato: Presagio triste, di Banana Yoshimoto


Quella vecchia casa si trovava in un quartiere residenziale piuttosto distante dalla stazione. Poiché era alle spalle di un grande parco, era sempre avvolta da un intenso profumo di verde e, specialmente dopo che aveva piovuto, l'aria diventava così densa, come se le strade che circondavano la casa si fossero trasformate in una foresta, da farsi quasi soffocante. Abitai anch'io per poco tempo in quella casa dove mia zia aveva vissuto a lungo da sola. Ripensandoci, quel breve momento è diventato per me un periodo prezioso e unico. Quando lo ricordo, vengo presa da una sensazione indefinibile. Come un miraggio apparso all'improvviso, quei giorni sembrano perdere ogni realtà. Ripenso con struggente nostalgia alle ore trasparenti passate con la zia, noi due da sole. Credo sia stata una fortuna aver potuto condividere con lei quello spazio che era nato tra le fessure del tempo grazie a circostanze del tutto casuali. Ricordo tutto perfettamente. La vecchia porta di legno aveva un pomello dorato ormai opaco. Le erbacce nel giardino, a lungo trascurate, erano cresciute altissime e fitte, e insieme agli alberi ormai quasi secchi nascondevano il cielo. L'edera si arrampicava sui muri scuri, e a una delle finestre il vetro rotto era stato attaccato alla buona con del nastro adesivo. Il pavimento era sempre ricoperto di polvere che con il bel tempo, colpita dai raggi di sole, si sollevava danzando, per poi tornare a coprire tranquilla il pavimento. Tutto era sparso come capitava, e le lampadine fulminate non venivano sostituite. Era un mondo al di fuori del tempo. E fino a quella volta in cui io andai a farle visita, la zia vi aveva sempre vissuto nel silenzio e nell'ombra, come addormentata.

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