giovedì 28 gennaio 2010

Letto e commentato: N.P., di Banana Yoshimoto

Quello che sapevo era che Sarao Takase, oscuro scrittore, aveva vissuto in America, e durante la sua oscura esistenza aveva scritto una serie di racconti. Che a quarantotto anni era morto suicida. Che dalla moglie da cui era separato aveva avuto due figli. Che i suoi racconti, raccolti in un volume, per breve tempo erano stati un best-seller in America. Il titolo del libro: N. P.

Comprende novantasette racconti. Forse per l'incostanza dell'autore, il libro non è che il susseguirsi di storie brevissime, poco più di semplici bozzetti. Queste cose le avevo sapute da Shoji, il mio ragazzo di un tempo. Era stato lui a ritrovare il racconto n. 98, mai pubblicato, e a tradurlo.

Sì, a pensarci sono già passati cinque anni da quando, al tempo in cui ero ancora al liceo, incontrai per la prima volta i figli di Sarao Takase. Fu al party di una casa editrice dove mi aveva portato Shoji. Nel vasto salone, su un grande tavolo, cibi di tutti i colori erano disposti in vassoi d'argento, e sotto la luce di tanti piccoli lampadari a forma di cattleya, una folla di gente chiaccherava e rideva. Di giovani non c'era quasi nessuno, perciò quando mi accorsi di loro provai un lampo di gioia. Mentre Shoji era tutto preso in una conversazione con qualcuno, mi spostai in un angolo dal quale potevo osserli meglio. Provai allora una sensazione curiosa. La sensazione di averli già incontrati più volte in sogno. Ma ritornando subito alla realtà mi dissi: ma sicuro, dev'essere l'effetto che questi due fanno a chiunque. C'era qualcosa in quella coppia che suscitava un'indefinibile nostalgia. Mentre li guardavo assorta, Shoji si avvicinò e disse: quei due sono quel che resta di Takase.

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